Quando la psicologia fa bene al cuore


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11 Giugno 2013

Quando la psicologia fa bene al cuore

Nella fase di riabilitazione che segue un intervento cardiaco è importante usufruire di un supporto psicologico che aiuti a superare i momenti difficili e che prepari alla vita sana che seguirà. Ne parliamo con la dottoressa Agnese Rossi, psicologa di Humanitas Gavazzeni


Dopo un intervento al cuore, si può vivere bene e a lungo, guardando con fiducia al futuro. Ma per farlo, è importante avere cura della propria vita, oltre che del proprio muscolo cardiaco. Un’attenzione che richiede un impegno materiale, basato sull’applicazione di migliori stili di vita, e un impegno psicologico, fondamentale per costruire la base di un nuovo e più sereno stile di vita.

Ne parliamo con la dottoressa Agnese Rossi, Psicologa Psicoterapeuta di Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

 

Quanto è importante, dopo avere subito un intervento al cuore, un supporto psicologico, oltre alla riabilitazione fisica?

«È fondamentale, perché permette di comprendere e gestire al meglio le emozioni legate alla malattia. Dopo aver subito un intervento chirurgico importante come quello cardiologico, si presentano vari vissuti emotivi che, se non ascoltati e approfonditi, possono essere fonte di disagio per il paziente e per i familiari. L’obiettivo del lavoro psicologico postoperatorio, individuale o di gruppo, è quello di aiutare il paziente a elaborare l’esperienza della malattia cardiologica prendendosi cura del corpo nella sua globalità per ricostruire il proprio equilibrio psicofisico complessivo. Talvolta non è semplice accettare una malattia che riguarda un organo del nostro corpo, il cuore appunto, a cui attribuiamo il controllo della nostra vita fisica e dove collochiamo in modo simbolico le nostre emozioni e i nostri sentimenti. Questo può comportare momenti d’ansia o di deflessione del tono dell’umore che, se compresi e accettati e non subiti passivamente, possiamo superare e migliorare così la qualità della vita».

 

Come si manifesta questo momento di “calo psicologico”?

«Anzitutto col tono dell’umore discontinuo, soprattutto nel primo periodo successivo all’intervento chirurgico. Poi con momenti di ansia o di depressione, di scarsa collaborazione alle terapie riabilitative, di eccessivo stress emotivo nei momenti che cadenzano i primi giorni dopo l’operazione, in cui si devono affrontare cambiamenti che richiedono un periodo di adattamento. Non mancano segni come il sonno discontinuo, la difficoltà di concentrazione e l’insorgere di dubbi e paure nei confronti del futuro: “Riuscirò a riprendere la mia attività di tutti giorni, il mio lavoro, la mia vita di prima?” si chiedono spesso i pazienti. Si tratta di timori che, solitamente, si assottigliano nel corso della seconda settimana di riabilitazione, quando si è più consapevoli dei graduali miglioramenti dello stato di salute».

Lei ha usato la parola “emozioni”. Come possono essere gestite da chi sta recuperando dopo un intervento al cuore?

«Parlare di emozioni significa ascoltare cosa si muove dentro di noi dopo un intervento al cuore, quali stati d’animo proviamo. Ascoltare i nostri vissuti emotivi senza giudicarli giusti o sbagliati, è il primo passaggio da fare per stare meglio dal punto di vista psicologico. Poi è fondamentale accettare queste emozioni come componenti inscindibili del nostro essere, non soffocarle, negarle o tenerle dentro, correndo il rischio che si manifestino attraverso disturbi psicosomatici. Vanno accettate, dunque, e non subite passivamente. Sarebbe utile comunicarle agli operatori, che hanno il compito di aiutare a riconoscerle, per poterle gestire al meglio, e anche condividerle con le persone care che possono essere un prezioso supporto al superamento di questi momenti di difficoltà».

Dottoressa Rossi, lei ha accennato allo stress cui i pazienti sono spesso sottoposti. Quali sono i suoi consigli per gestirlo al meglio?

«Ho parlato di distress (che si differenzia dall’eustress) intendendo una forma di stress dannoso che comporta forme di malessere psicofisico generalizzato. Lo stress si può innanzitutto prevenire, cercando di diventare protagonisti del nostro tempo, ossia riuscire a crearsi una scala di priorità. Non si può fare tutto, il più in fretta possibile e nel miglior modo possibile; è necessario invece saper scegliere quello che davvero ci interessa e ci fa stare bene, tralasciando ciò che per noi può essere superfluo. Per gestire lo stress è altrettanto utile osservare la vita con positività cercando di fare, quando possibile, quello che si desidera e non sempre e solo quello che si “deve”, cercando di ridurre l’eccessiva ricerca del perfezionismo. Poi, svolgere un’attività fisica regolare e appagante, scegliere un’alimentazione sana e gratificante, dedicare tempo ad attività piacevoli e utilizzare tecniche di rilassamento anche semplici e basilari, come imparare a respirare in modo adeguato e sano».

E al ritorno a casa, bisognerà essere in grado di modificare la propria vita, eliminando quei comportamenti che hanno portato al formarsi della malattia o che potrebbero ostacolare la ripresa di una buona salute. Come ci si può riuscire?

«Con motivazione, impegno, costanza nel tempo, dando fiducia a se stessi, al proprio corpo che si sta riabilitando e dedicando tempo a prendersi cura di sé, della propria corporeità, ossia del proprio benessere psicofisico. E con un accorgimento semplice, ma utile a rinforzare il proprio ruolo attivo, ossia quello di premiarsi quando si raggiungono gli obiettivi prefissati. È importante, anzi fondamentale, costruirsi un nuovo stile di vita di cui noi siamo protagonisti. Il supporto psicologico che prestiamo nella fase di riabilitazione post intervento è proprio finalizzato a indirizzare i pazienti in questo senso. È di grande aiuto rinforzare la consapevolezza che potranno guarire e stare bene solo se sapranno diventare protagonisti della loro vita e se riusciranno a diventare i primi responsabili della loro guarigione».

 

A cura di Luca Palestra

 

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