Psicologia del tifoso

La curva sud dello stadio Esseneto
La curva sud dello stadio Esseneto

Questa settimana la mancanza di notizie rilevanti su cui focalizzare la mia lente psicologica mi ha spinta a puntare gli occhi e l’attenzione allo sport, rispolverando un articolo da me scritto un po’ di tempo fa per riadattarlo in onore di due storiche promozioni agrigentine di questo momento: quella dell’Akragas calcio e quella dell’Akragas volley, per le quali i tifosi si appassionano, fremono, si emozionano. 

Io seguo con piacere e ammirazione le ragazze della B2 (o adesso potrei anche dire della B1!), ma forse come tutte le donne non capirò mai l’ossessione maniacale degli uomini per il calcio: amore puro, follia pura. Alcuni uomini sarebbero capaci persino di festeggiare l'anniversario di matrimonio con la radiolina nascosta nel taschino e sarebbero capaci di amare la loro squadra più di una donna, privandola di ogni tipo di infedeltà.

Però devo ammettere che, osservato da un’altra prospettiva più funzionale, il calcio riesce sicuramente a trasferire un’ondata incontrollabile di emozioni. I cuori palpitano, gli spalti rumorosi dello stadio si colorano, il fischio dell’arbitro è il segnale dell’inizio di un nuovo spettacolo calcistico e coreografico.

Mai come in questo tempo, il calcio, e tutto ciò che vi ruota attorno, avevano monopolizzato tanto il senso comune. Non si tratta più di un semplice evento sportivo, ma di un fatto sociale, costruito ad hoc dai media a tal punto da attrarre grandi masse di tifosi negli stadi e davanti alla televisione. Ci si ritrova immersi in quella che ormai, senza destare stupore, potrebbe essere paragonata ad una relazione sentimentale, per quella squadra che rappresenta l’amore di tutta una vita, per quella squadra che è lecito tradire solamente con quelle squadre maggiori o con quella squadra che non è mai permesso di scegliersi: la madre nazionale. 

Le emozioni del tifoso sono un mix di collera, gioia, ostilità, rancore, etc..e sono in funzione degli schemi cognitivi in base ai quali egli ha appreso ad interpretare gli eventi della partita. Scariche di adrenalina, accelerazione dei battiti, costrizione dei vasi sanguigni e aumento della pressione arteriosa sono spesso i “sintomi” avvertiti per una partita combattuta. Ai limiti estremi (anche se forse non troppo) si arriva persino a spersonalizzarsi in una squadra, illudendosi di farne parte. A riprova di ciò è il linguaggio usato spesso dal tifoso perfetto: “abbiamo vinto!”. Si arriva a far “dipendere” il proprio umore dalle prestazioni di undici ragazzi che diventano la clessidra umorale di chi li osserva ed è come se fosse loro la responsabilità di generare un umore temporaneamente depresso o felice. Se la propria squadra perde e con ciò ci si rovina la giornata…forse, a volte, bisognerebbe riflettere. 

Il tifo sportivo diviene, così, un ottimo indicatore psicologico. Infatti non è direttamente correlato con la pratica sportiva e con l'amore per lo sport, ma piuttosto è una complessa interazione fra la psicologia del singolo e alcuni aspetti della sua società. Poche fra le attività umane sembrerebbero far fumare tanto la testa quanto tifare per la propria squadra del cuore. Se ci pensiamo bene forse calcio e vita, in fondo, elargiscono le medesime emozioni (sebbene le emozioni della vita siano senza dubbio una versione più pallida di quelle che sa riservare il calcio: l'amore, la gioia, l'ambizione frustrata, il dolore per una sconfitta, cose che il tifoso avrà sicuramente sperimentato sugli spalti di uno stadio), il medesimo ripetersi del tempo, tra fasi deprimenti e dolci minuti, tra estasi e sconforto.

Congratulazioni anche da parte mia ai ragazzi dell’Akragas e alle ragazze del Volley!

Dott.ssa Florinda Bruccoleri

Psicologa, Psicoterapeuta in formazione,
Psicooncologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it

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Per contatti: florindabruccoleri@hotmail.it

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