La psicologia dopo l’aborto

Quali sono gli effetti dell’interruzione volontaria di gravidanza sulla psiche? Le risposte sono controverse e il tema spacca anche la scienza

Alice Pace

Pubblicato

aprile 15, 2014

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La psicologia dopo l’aborto

Senso di colpa, ansia, angoscia, tristezza, depressione, abuso di alcol e droghe, autolesionismo, totale perdita di autostima. Questi solo alcuni degli effetti inevitabili e devastanti che, secondo alcuni, si manifesterebbero nelle donne che hanno scelto di interrompere una gravidanza. In posizione diametralmente opposta c’è invece chi sostiene che, qualora non si desiderasse diventare madri, l’aborto non possa procurare altro che sollievo e che dietro questa decisione non si nasconda alcun rischio di incorrere in disturbi psicologici.

Chi ha ragione? Stando alla parola di medici e psicologi, vicini ogni giorno alle donne che fanno questa scelta, nessuna delle due affermazioni è attendibile. Anzi, le risposte sulla psicologia post-aborto sarebbero troppo spesso manipolate da posizioni ideologiche, sia da parte di chi vorrebbe negare questo diritto sia di chi punta invece i piedi per difenderlo. Si tratta di un terreno estremamente fragile, dove il rischio di influenzare le scelte delle persone è altissimo, e dove sono gli stessi studi scientifici a non riuscire a muoversi liberi dai pregiudizi. Per questi motivi, abbiamo deciso di fare un punto.

I fronti del dibattito
Come si sente una donna dopo aver interrotto volontariamente una gravidanza? Riuscirà (e come) a superare questo momento? Ci saranno ripercussioni sul suo stato di salute mentale? Sono domande su cui gli studiosi di psicologia si interrogano da sempre, o meglio dal momento in cui l’aborto ha iniziato a essere praticato legalmente in molti paesi del mondo. E da sempre il dibattito si inserisce tra due estremi: quello che reputa che l’aborto volontario possa avere conseguenze anche gravi sulla psiche della donna e quello che pensa che non lo farà.

Nella storia le posizioni degli esperti hanno percorso, a partire dagli anni ‘60, vie estremamente laiche, dove l’aborto entro i tre mesi dal concepimento veniva considerato meno rischioso per la psiche rispetto che portare a termine la gravidanza, sia fortemente allarmiste, dove interrompere la gestazione avrebbe comportato addirittura la perdita di una parte di sé, con conseguenze anche molto gravi sugli equilibri mentali. Dobbiamo attendere più o meno la fine degli anni ’90 per assistere all’apertura di alcuni studiosi a posizioni anche intermedie, più profonde, intenzionate ad affrontare il tema in tutta la sua complessità. Ed è qui che sono sorte idee più equilibrate, come per esempio quella che considera la reazione all’aborto meno problematica da superare se la paziente costretta a interrompere la gravidanza non si è ancora mai identificata come “madre del bambino”. Ma anche in epoca moderna il dibattito non è mai stato pacifico e libero da controversie, come d’altronde non lo è lo stesso discorso sul riconoscimento dell’aborto come diritto. Anzi, oggi è più vivo che mai il timore che la stessa diffusione di idee infondate sulle conseguenze dell’aborto possa arrivare da un lato a mettere a repentaglio la stessa legge che lo permette; dall’altro, che gli effetti psicologici vengano invece sottovalutati portando a una carenza dei servizi assistenziali.

Uno dei temi su cui sicuramente va fatta particolare attenzione è la cosiddetta sindrome post-abortiva, sovrapponibile secondo il parere di alcuni medici a una grave forma di stress post-traumatico che si assocerebbe all’interruzione di gravidanza. Un male che porterebbe la paziente a ripiegarsi su se stessa e i propri sensi di colpa, a sentirsi un mostro, un’assassina, fino a forme anche molto gravi di isolamento e depressione. E questo, per i fautori, avverrebbe in maniera quasi inevitabile nella maggioranza dei casi: secondo alcune dichiarazioni, anche sopra il 62%. Ma esiste davvero? Di fatto, se pur si registrano casi di depressione in seguito all’interruzione di gravidanza (non va dimenticato che possono innescarsi meccanismi fisiologici e ormonali in tutto simili a quelli della depressione post-partum), non esistono studi indipendenti che ne certifichino l’incidenza. Non vi sarebbero perciò gli estremi per potersi riferire a una “sindrome”, né tantomeno per inserire questa forma di disagio tra gli “effetti collaterali” dell’aborto.

La dura verità, secondo molti studiosi, è che sarebbero addirittura i movimenti anti-abortisti ad aver coniato e diffuso l’idea del rischio della sindrome post-abortiva. Questo per dissuadere le donne a scegliere l’interruzione, così come i medici a praticarla, facendo leva sulla paura delle conseguenze e con l’obiettivo di innalzare il tasso (in Italia già altissimo) di obiettori di coscienza e negare infine il diritto all’aborto.

Gli aspetti scientifici
Se sul legame tra aborto e disturbi mentali vi è così tanta nebbia, è invece più intuitivo comprenderne i motivi. Innanzitutto, l’oggettivo condizionamento di molti studi dagli orientamenti etici, religiosi e ideologici degli stessi ricercatori. Non meno importante, la difficoltà nel costruire una statistica, dato il basso numero di casi presi in esame finora. Si tratta pur sempre di una pratica che si evolve parallelamente al contesto e per la quale i parametri di valutazione sono incessantemente in via di ridefinizione. Un ulteriore limite è poi la grossa difficoltà a stabilire quando un disturbo psicologico compare proprio a causa dell’interruzione di gravidanza o quando è invece frutto di altri eventi o contesti. Alcuni sintomi potrebbero comparire per esempio anche a molti mesi dall’aborto, diventando difficilmente riconducibili ad esso, così come alcuni disturbi potrebbero essere imputati erroneamente all’interruzione di gravidanza anche se suscitati da altri fattori.

“Piuttosto che parlare di effetti psicologici dell’interruzione volontaria di gravidanza” spiega Giovanni Fattorini, ginecologo della Società italiana studi di medicina della riproduzione “sarebbe forse più opportuno riferirsi a situazioni che presentano maggiori rischi, che dovrebbero perciò essere tenuti presenti, rispetto ad altre. In quest’ottica, continua potremmo pensare di identificare soggetti potenzialmente a rischio e le condizioni di rischio”. Tra i soggetti potenzialmente a rischio potrebbero essere inserite, per esempio, le pazienti molto giovani, così come quelle in età preclimaterica, ma anche le donne che hanno subito la morte di un figlio (o del feto durante una gravidanza), quelle che hanno vissuto un lutto recente e quelle che hanno già effettuato diverse altre interruzioni di gravidanza. Sulle condizioni invece, le più delicate si hanno quando la decisione di interrompere la gravidanza appare sin da subito molto sofferta, quando è dovuta a un rapporto conflittuale con il partner oppure a motivazioni legate alla situazione economica.

Andrebbe poi accantonato l’ideale che “scegliere la vita” liberi dal rischio di incorrere in disturbi. Anzi, può succedere che le donne costrette a portare a termine una gravidanza indesiderata si pentano della scelta, vengano emarginate, finiscano in povertà e siano vittime di un forte disagio psichico. In questo caso, oltre al condizionamento ideologico degli studi in atto, si rende necessario inserire nell’interpretazione degli studi anche le variabili sul contesto storico, sociale e culturale in cui la donna si trova.

I livelli di assistenza
Nella grande difficoltà a trovare risposte oggettive e condivise alla questione, quello che nell’immediato possiamo fare è cercare innanzitutto di garantire alle pazienti che ne necessitano, sia prima che dopo l’aborto, assistenza e aiuto a gestire e superare questo momento quando vissuto come doloroso. Ma a chi rivolgersi? “Ci sono i consultori familiari, istituiti per affrontare tutte le problematiche legate alla salute sessuale e riproduttiva delle famiglie, così come le conseguenze di queste scelte” spiega Fattorini. Ed è per questo che le équipe all’interno di queste strutture sono formate da ginecologi, ostetriche, ma anche psicologi. “Di certo − va avanti il medico − offrire un buon livello di counseling non è comunque semplice e la situazione, anche solo all’interno del nostro territorio, non è di fatto omogenea”.

C’è da dire infatti che se da un lato i consultori offrono un sostegno gratuito e senza troppi rallentamenti burocratici, necessitano di un impegno costante che non sempre e non dappertutto viene garantito. Non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto sotto quello culturale e sulla formazione e l’aggiornamento del personale. Un’urgenza estremamente attuale è quella legato al fenomeno dell’immigrazione, in seguito al quale molte donne, spesso extracomunitarie, si ritrovano a ricorrere all’aborto per ragioni soprattutto economiche. Si tratta di una situazione che fino a qualche anno fa era molto rara in Italia, ma che è divenuta oggi più diffusa e per questo bisognosa di consulenti che siano preparati nella gestione di questa fragile categoria e capaci di interfacciarsi con realtà culturali anche molto diverse da quella del nostro Paese.


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